Il mito della democrazia diretta dal basso, che diventa un luogo comune, è l'esemplificazione di una soluzione catastrofica per quanto inefficace a un problema complesso: la gestione democratica e paritaria dei beni comuni e della cosa pubblica in un mondo altamente tecnologizzato nel quale la scala dei problemi travalica i vecchi confini delle nazioni. Chi se ne appropria per farne un argomento di propaganda, ignorando strumentalmente la funzione degli organismi istituzionali intermedi di rappresentanza civile e sociale, come gli esponenti dei partiti che cavalcano oggi le 'onde del destino', o semplicemente non ha gli strumenti per affrontare gli aspetti molteplici e critici dei rischi globali, o sceglie la convenienza di speculare su temi di facile presa per aumentare consenso e potere, oppure le due cose insieme (non è affatto da escludere). Paradossalmente gli stessi politici si avvantaggiano peraltro di un metodo di selezione soltanto in apparenza più democratico. Le votazioni attraverso lo strumento della rete hanno infatti finora coinvolto un numero ristretto di partecipanti, e il loro livello di consapevolezza non è detto sia superiore a quello dell'elettore tradizionale (l'intervento da tastiera può facilmente mascherare e amplificare la dimensione paranoica dell'opinione).
La democrazia diretta, senza intermediazioni controllate e attendibili, presuppone un alto livello di conoscenza delle materie su cui decidere. Come per il libero mercato ideale, il cui buon funzionamento è subordinato all'assenza di asimmetrie informative e conoscitive tra gli operatori, una democrazia diretta degenera nell'ossequio al più becero populismo senza la capacità dei cittadini di riconoscere i propri limiti di giudizio. L'azione democratica dell'individuo non preclude la funzione di intermediazione culturale, scientifica e sociale di istituzioni, enti e partiti, anzi ne deve beneficiare. Queste non sono categorie antagoniste. Analogamente ai principi di difesa delle differenze e di diritto all'uguaglianza, che devono coesistere per non cadere l'uno nella tirannia del classismo elitario e l'altro nell'oppressione dell'omologazione.
venerdì 24 giugno 2016
martedì 1 marzo 2016
STANARE I CANDIDATI A SINDACO DI ROMA SULLA PIANIFICAZIONE DELLE INFRASTRUTTURE DI UTILITA' PUBBLICA, PER SAGGIARNE L'IDONEITA'
Ascoltare i candidati a Sindaco di Roma affermare di non sostenere lo sviluppo della rete della metropolitana è un atto di vilipendio al cittadino.
Roma ha urgente bisogno di infrastrutture di utilità pubblica. Per migliorare la qualità della vita dei cittadini ed elevare gli standard urbanistici troppo distanti da quelli delle migliori città nelle liste in ordine di parametri di sviluppo sostenibile, sono necessari investimenti che non possono arrivare da trasferimenti dello Stato. Gentrificazione (rigenerazione e rinnovamento delle aree urbanisticamente degradate), densificazione, tecnologie intelligenti per la mobilità, per la produzione, per la gestione dei servizi, delle risorse naturali ed energetiche e dei rifiuti potrebbero però trovare canali di finanziamento dall'afflusso di capitali stranieri, ancora attratti dall'appeal della città. Malgrado tutto. Di questo si dovrebbero in primo luogo occupare i candidati alla poltrona di sindaco. Tutti gli altri mali che affliggono la città, a partire dalla corruzione nella gestione degli affari pubblici, dalla disoccupazione endemica, dalla marginalizzazione sociale delle periferie, troverebbero migliori prospettive di soluzione in presenza di maggiori risorse finanziarie.
Eppure non sembra che i rappresentanti dei partiti che si contenderanno nelle prossime elezioni comunali lo scranno di primo cittadino abbiano questa come priorità. Intenti per lo più a promuovere gli slogan che promanano dalla rappresentazione del reale conforme alla narrazione dei propri guru di partito, o a dibattersi negli spasimi delle correnti locali agonizzanti, o ancora a mestare negli istinti primordiali delle fasce deboli della popolazione. Convinti, o indotti a ritenere, che paghi elettoralmente coltivare con attitudine integralista soltanto la quota di elettori sensibili al mantra del partito di riferimento.
Quindi non una parola autonoma per cambiare il modello di sviluppo urbanistico della città, nel modo in cui si finanzia. Quindi non una parola autentica sul tentativo operato dalla precedente giunta di cambiare il sistema di regole del rapporto pubblico-privato, gli schemi di convenzione, la sequenza della parte privata nel completamento delle opere pubbliche. Non una parola veritiera sul tentativo di uscire dal modello urbanistico provinciale fondato sulle convenienze speculative degli immobiliaristi locali. E ancora non una parola informata sul modello ideato per attrarre capitali stranieri, come avviene nelle più avanzate città nel mondo per progetti urbanistici di avanguardia (con elevati standard di sostenibilità ambientale, eccellenza tecnologica e accessibilità sociale), con l'obiettivo di riqualificare e valorizzare interi quadranti di città: Torri dell'Eur (120 milioni di euro); ex caserme Guido Reni (200 milioni di euro); BNP Paribas Stazione Tiburtina; Stadio della Roma (700 milioni di euro). Non vale in merito la strategia dissuasoria praticata sull'alibi della corruzione, che è anzi un'aggravante per ignavia. La corruzione va combattuta e gestita, non può essere la ragione dell'inazione.
Invece viene fatta incetta di termini e locuzioni usate genericamente, come speculazione edilizia e grandi opere, senza attribuirle ad argomentazioni tecniche di merito. Definire un progetto di linea metropolitana grande opera, in accezione negativa di spreco e cattiva politica criminogena, significa tradire in partenza il mandato per il miglioramento della qualità della città.
Roma avrebbe bisogno di un sindaco capace, coraggioso, autonomo, di alto profilo e con una visione di sviluppo.
Negli attuali candidati si riscontrano queste qualità?
Roma ha urgente bisogno di infrastrutture di utilità pubblica. Per migliorare la qualità della vita dei cittadini ed elevare gli standard urbanistici troppo distanti da quelli delle migliori città nelle liste in ordine di parametri di sviluppo sostenibile, sono necessari investimenti che non possono arrivare da trasferimenti dello Stato. Gentrificazione (rigenerazione e rinnovamento delle aree urbanisticamente degradate), densificazione, tecnologie intelligenti per la mobilità, per la produzione, per la gestione dei servizi, delle risorse naturali ed energetiche e dei rifiuti potrebbero però trovare canali di finanziamento dall'afflusso di capitali stranieri, ancora attratti dall'appeal della città. Malgrado tutto. Di questo si dovrebbero in primo luogo occupare i candidati alla poltrona di sindaco. Tutti gli altri mali che affliggono la città, a partire dalla corruzione nella gestione degli affari pubblici, dalla disoccupazione endemica, dalla marginalizzazione sociale delle periferie, troverebbero migliori prospettive di soluzione in presenza di maggiori risorse finanziarie.
Eppure non sembra che i rappresentanti dei partiti che si contenderanno nelle prossime elezioni comunali lo scranno di primo cittadino abbiano questa come priorità. Intenti per lo più a promuovere gli slogan che promanano dalla rappresentazione del reale conforme alla narrazione dei propri guru di partito, o a dibattersi negli spasimi delle correnti locali agonizzanti, o ancora a mestare negli istinti primordiali delle fasce deboli della popolazione. Convinti, o indotti a ritenere, che paghi elettoralmente coltivare con attitudine integralista soltanto la quota di elettori sensibili al mantra del partito di riferimento.
Quindi non una parola autonoma per cambiare il modello di sviluppo urbanistico della città, nel modo in cui si finanzia. Quindi non una parola autentica sul tentativo operato dalla precedente giunta di cambiare il sistema di regole del rapporto pubblico-privato, gli schemi di convenzione, la sequenza della parte privata nel completamento delle opere pubbliche. Non una parola veritiera sul tentativo di uscire dal modello urbanistico provinciale fondato sulle convenienze speculative degli immobiliaristi locali. E ancora non una parola informata sul modello ideato per attrarre capitali stranieri, come avviene nelle più avanzate città nel mondo per progetti urbanistici di avanguardia (con elevati standard di sostenibilità ambientale, eccellenza tecnologica e accessibilità sociale), con l'obiettivo di riqualificare e valorizzare interi quadranti di città: Torri dell'Eur (120 milioni di euro); ex caserme Guido Reni (200 milioni di euro); BNP Paribas Stazione Tiburtina; Stadio della Roma (700 milioni di euro). Non vale in merito la strategia dissuasoria praticata sull'alibi della corruzione, che è anzi un'aggravante per ignavia. La corruzione va combattuta e gestita, non può essere la ragione dell'inazione.
Invece viene fatta incetta di termini e locuzioni usate genericamente, come speculazione edilizia e grandi opere, senza attribuirle ad argomentazioni tecniche di merito. Definire un progetto di linea metropolitana grande opera, in accezione negativa di spreco e cattiva politica criminogena, significa tradire in partenza il mandato per il miglioramento della qualità della città.
Roma avrebbe bisogno di un sindaco capace, coraggioso, autonomo, di alto profilo e con una visione di sviluppo.
Negli attuali candidati si riscontrano queste qualità?
venerdì 8 gennaio 2016
MAXXI, idee per Roma futura
Al Maxxi un mosaico di interpretazioni e di proposte su molti temi,
dall’architettura al paesaggio, dalle infrastrutture all’abitare, fino al 17 gennaio 2016 http://www.fondazionemaxxi.it/events/roma-20-25-nuovi-cicli-di-vita-per-la-metropoli/
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